PROFILO IDEALE DEL CANDIDATO SINDACO
Essendo Carrara città politicamente corretta ecco il profilo ideale del candidato sindaco che dovrà guidare il centro sinistra alle prossime elezioni e presumibilmente la città nei prossimi anni.
Sesso: Non dovrà trattarsi di un uomo, per non reiterare il vetusto dominio maschilista, ma non dovrebbe essere neppure una donna – abbiamo già dato e comunque sarebbe ghettizzante. La soluzione ideale è quindi quella di un gay: assicurando correttezza politica, l’innovazione dirompente e spirito creativo.
Provenienza: Escluse Carrara (sede del potere), Marina ed Avenza (no alle tentazioni scissioniste), Fossone e Monteverde (borghesi), Bonascola (turn over), le frazioni a monte (basta col marmo!), non restano che Ficola, Nazzano o Pontecimato.
Professione: Non un imprenditore, nemico del popolo, ma neppure un lavoratore dipendente, condizionabile da ricatti padronali. Esclusi i professionisti - al servizio di chi paga - e i disoccupati che potrebbero fare della politica una professione. Restano gli artigiani ma solo coloro che svolgono mestieri utili alla collettività: barbieri e calzolai.
Stato civile: Esclusi i coniugati eviteremo i single, troppo impenitenti e farfalloni. Il nostro candidato dovrà avere un legame di fatto, senza i condizionamenti derivanti da unioni civili o religiose.
Famiglia: Una famiglia troppo numerosa potrebbe spingere il nostro sindaco ad elargire ai parenti prebende, consulenze e posti pubblici. Che sia dunque orfano almeno di uno dei due genitori, nonché figlio unico.
Aspetto fisico: Escludiamo i belli, ambizioni e vanitosi, ed anche i brutti, che sovente divengono cinici. Il candidato sia di aspetto normale e calvo, perché il colore e l’acconciatura dei capelli potrebbero palesare preferenze politiche.
Segno zodiacale: Non crediamo nell’astrologia ma pare funzioni anche se non ci si crede. Il segno ideale per un sindaco a Carrara è la Bilancia, per gestire i difficili equilibri tra partiti, sindacati e lobby.
Squadra del cuore: Non dovrà essere juventino, la squadra dei padroni, ma neppure milanista berlusconiano, fiorentino settario o perdente interista. Non ci sono dubbi: Sampdoria!
Altre caratteristiche: Intelligenza, carisma, creatività, onestà, buon senso, dedizione, cultura – pur non sempre sgradite – sono fattori marginali nella scelta dalla persona giusta.
Abbiamo dunque trovato il profilo ideale del futuro sindaco della nostra città:
Gay, residente a Nazzano, Ficola o Pontecimato, barbiere o calzolaio, convivente, orfano di almeno un genitore, figlio unico, calvo, sampdoriano, Bilancia, magari con ascendente Sagittario.
E aperta la caccia. Se possiedi questi requisiti fatti vivo, oppure verremo a cercarti.
Siamo nella favela di una grande metropoli brasiliana, ovunque miseria, sporcizia, desolazione. Le baracche sono tutte accatastate l’una all’altra, quasi a sorreggersi e a portarsi calore e solidarietà umana. Una sola è isolata, distante dalle altre, come se incutesse timore nella gente, come a creare intorno a sè un alone di terrore e malvagità.
Guardiamo all’interno di questa capanna: sul pavimento un tappeto di immondizia, bottiglie vuote di rum, pacchetti di sigarette, gusci di noci di cocco, bicchieri rotti. Non ci sono mobili, se non un fornellino sporco in un angolo ed una bombola di gas. Solo una poltrona al centro della stanza, una grande poltrona a fiori, sporca, macchiata e rotta, con alcune molle sporgenti.
Sulla poltrona un negro enorme, completamente calvo, dalla pelle orribilmente butterata, che indossa un paio di braghe ed una canottiera lercia. I suoi piedi nudi e sudici poggiano su una cassa, mentre nelle sue mani un enorme coltellaccio ed una noce di cocco, dalla quale man mano taglia un pezzettino di frutto e lo porta alla bocca, bevendo poi una sorsata di rum dalla bottiglia poggiata a fianco a se.
All’improvviso si spalanca la porta ed irrompono nella favela due brutti ceffi, armati e pieni di cicatrici. In mezzo, trascinato quasi a forza a loro un ragazzino, lacero, pesto e sanguinante. Uno dei due chiama:
“Djangao!”
Il negro alza una palpebra e fissa i nuovi arrivati senza dire una parola”.
“Djangao, - prosegue il primo – questo stronzetto è venuto nel nostro quartiere a fare il furbo con le ragazze. Ha detto il capo che devi metterglielo in culo.”
Djangao senza fare una piega risponde: “Lasciatelo lì, ci penserò dopo.”
I due scaraventano il ragazzo in un angolo ed escono.
Il giovane inizia a piagnucolare: “Signor Djangao, la prego non mi faccia questo, non mi umili così, sono un bravo ragazzo, giuro che me ne andrò via di qui e non tornerò più da queste parti, la prego, diremo che la cosa è stata fatta, non lo saprà nessuno e le porterò dei soldi per ringraziarla, la prego, dottor Djangao, sia buono, lei mi sembra una persona per bene, mi ascolti…”
Djangao non risponde, ma continua imperterrito a tagliare pezzi di noci di cocco, utilizzando lo stesso coltellaccio per pulirsi le unghie, bevendo ancora di tanto in tanto un sorso di rum.
Dopo alcuni minuti di piagnistei del ragazzo, la porta della favela si spalanca di nuovo ed entrano i due ceffi di prima con un altro ragazzo, assai somigliante al primo, anche questo sanguinante e lacero.
“Djangao!”
Palpebra che si solleva
“Djangao, questo figlio di puttana ha cercato di fottere dei soldi al capo. Devi tagliargli tutte le dita delle mani.
“Lasciatelo lì, ci penserò dopo”
Il ragazzo viene scaraventato a fianco al primo e i due restano tremanti nell’angolo della favela in attesa del loro destino.
Pochi minuti ancora e i due criminali tornano con un terzo ragazzo, smunto come i primi due, ferito e sanguinante come i primi due.
“Djangao!”
Palpebra.
“Djangao, questo pezzo di merda ha fatto delle proposte alla donna del capo. Il capo ha detto che devi tagliargli la lingua e tutte e due le orecchie.”
“Lasciatelo lì, ci penserò dopo.”
Il terzo ragazzo finisce nel solito angolo, assieme ai primi due. Per alcuni minuti nella favela aleggia un silenzio irreale, rotto solo dal rumore del coltello che incide la noce di cocco e dal gorgoglio del rum nella gola del negro.
Ad un certo punto il primo dei tre ragazzi solleva una mano e con voce tremante chiede:
“Dottor Djangao?”
Il negro solleva la solita palpebra e lo guarda con aria interrogativa.
“Scusi Dottor Djangao, non vorrei che ci fossero equivoci. Io sono quello che lo deve prendere in culo!”
Questo breve apologo ci insegni a non lamentarci troppo di quello che la vita ci riserva. Potrebbe andare peggio!
A volte mi chiedo se ci siano delle coincidenze...
Esattamente ventinove anni fa, il 29 agosto 1977, Donna Catia divenne la mia compagna.
La notte prima un tornado aveva devastato il litorale apuano e quella stessa mattina un mio parente fu coinvolto in un omicidio per legittima difesa.
Io nacqui il primo maggio, festa del lavoro, ma I nostri due figli sono nati rispettivamente il 6 agosto - anniversario della bomba su Hiroshima - e il 9 agosto - anniversario di quella su Nagasaki.
Mah...
Comunque i miei lettori mi perdoneranno se oggi trascurerò futili racconti o balenghe cosniderazione sui casi della vita, per limitarmi a fare gli auguri a colei che da ventinove anni mi sopporta (e qualche motivo deve pure averlo, anche se al momento mi sfugge).
I greci la chiamavano "invidia degli dei". Quando un uomo era troppo bello, ricco o felice, gli dei invidiosi intervenivano con qualche accidente affinchè costui ed i suoi simili si ricordassero di essere uomini e non divinità.
Un piccolissimo esempio di questa "invidia degli dei" posso raccontarlo, avendo assistito di persona.
Eravamo ai tempi del liceo. Un mio carissimo amico (lo è anche oggi e forse lo sarà meno se leggerà queste righe) che, per rispetto della privacy, chiameremo Gianni era bello, intelligente e grande appassionato di cavalli.
In verità i cavalli non erano suoi, ma dello zio, ma questo era un dettaglio insignificante. I cavalli poi erano per lui un ottimo pretesto per rimorchiare, dato che nessuna ragazza poteva resistere al fatidico invito: "vuoi venire a cavallo con me?".
Gli animali erano tre: Fidenes, una bella e nobile cavalla, Draghetto un animalaccio brutto, astuto e subdolo che per diarcionare il cavaliere (cosa che avveniva regolarmente) non si impennava come fanno tutti i cavalli seri, ma piegava le zampe anteriori, chinamdo il collo fino a terra, lasciando il malcapitato cavaliere piombare a terra privo punti di appoggio, e poi Anchise.
Anchise era un cavallo bellissimo, imponente, bianco con l'occhio gazzolo (i due occhi di colore diverso), uno celeste come i ghiacci dell'antartide, l'altro azzurro come il cielo terso nelle giornate ventose. Anchise aveva un caratteraccio, irritabile, violento, altezzoso. Solo Gianni e pochi altri riuscivano a montarlo.
Un giorno nel campo di calcio dell'oratorio si disputava il torneo del liceo, al quale partecipavano tutte le classi, con partite che vedevano l'acceso tifo soprattutto delle ragazze.
Gianni quella mattina mi aveva preannunciato: "Oggi all'oratorio avranno una sorpresa", così ero lì, in attesa. Non dovetti aspettare molto: la partita era iniziata da mezz'ora ed il tifo femminile era particolarmente folto ed vivace.
All'improvviso dallo stretto cancelletto che dava ingresso al piazzale dell'oratorio apparve Lui, Gianni.
Bellissimo, tiratissimo, vestito da cow-boy con un grande cappellaccio, giacca con le frange, pantaloni, stivali con speroni scintillanti, sembrava Clint Eastwood in un western di Sergio Leone. Sotto di lui Anchise, alto, altero, bardato con una meravigliosa sella messicana, che ruotava intorno gli occhi gazzoli, annichilendo gli spettatori.
La partita si interruppe, si fece un attimo di silenzio e poi dalla folla proruppe un "ohhhhhh" di stupore ed ammirazione. Tutti, ragazzi e ragazze (ma soprattutto queste ultime) erano ammirate, incantate da quella visione, da quel misterioso e bellissimo cavaliere.
Gianni, tronfio si pavoneggiava e stava per andarsene felicissimo quando gli dei invidiosi misero in atto la loro vendetta.
Anchise, senza preavviso e senza ritegno, alzò la coda e lasciò cadere sul cemento del piazzale una abbontante e fumante emissione fecale. E così, in un solo istante, la scena da maestosa divenne comica: il pubblico proruppe in una risata omerica, al che si materializzò sulla porta il custode dell'oratorio che, nel vedere il souvenire lasciato dal cavallo, si inferocì e comincio ad inveire contro Gianni. Poi l'energumeno prese una pala e la porse al mio amico gridando: "Mo t'pulisc!".
Gianni dovette scendere da cavallo e tenendo l'animale per la cavezza, utilizzava a fatica l'altra mano per spalare via la merda. Egli si rivolse a me con aria implorante: "Per favore Renato tienimi il cavallo".
Me ne vergogno tuttora, nonostante siano passati più di trent'anni, ma non risposi e feci finta di non conoscerlo. E così continuò a spalare con una mano e a reggere il cavallo con l'altra, tra le urla e gli sghignazzi del pubblico scatenato, soprattutto dei ragazzi che sfogavano così la loro invidia prima repressa.
Terminata l'umiliante operazione Gianni risalì a cavallo e cercò di guadagnare l'uscita, ma Anchise, probabilmente innervosito dalla confusione, non voleva saperne di imboccare in cancelletto. Il cavaliere fu così costretto a fare tre giri sul piazzale, cercando ogni volta di convincere l'animale recalcitrante ad andarsene ed a mettere fine a quella scena vergognosa.
Al terzo giro il cavaliere, disperato, piantò gli speroni nella pancia dell'animale, che si impennò con un lungo nitrito e quindi si scagliò al galoppo sfrenato oltre il cancello, fuggendo lontano con Gianni faticosamente aggrappato al collo, come un personaggio di Edgar Allan Poe rapito da una bestia infernale.
Per un paio di giorni l'amico che ho qui chiamato Gianni (per rispetto alla privacy) non venne a scuola, poi la vita tornò alla normalità. Devo dire che quando la professoressa di greco ci spiegò il concetto di "invidia degli dei" io, ma soprattutto Gianni, riuscimmo benissimo a comprenderne il significato.
E tu, lettore, vivi i tuoi momenti felici con moderazione, gli dei invidiosi e burloni sono sempre pronti a farsi beffe di te!
Riporto un messaggio apparso oggi a firma Colt sul Newsgroup it.fan.musica.lucio-battisti:
"Era da tanto che volevo farlo...finalmente oggi sono riuscito ad andare a Molteno a visitare la tomba(sempre che ci sia qualcuno dentro) del nostro amato Lucio...
Sebbene il cimitero sia , un piccolo cimitero di campagna, difficile individuare la tomba(molto anonima)se non fosse stato x la gentile indicazione, di qualche paesano che era li....
Capella senza nessun nome, porte con i vetri fumè, la salma messa piutosto in alto, perchè sia + difficile vederla, neanche un fiore(se non un piccolo annaffiatoiio, con qualche fiore appena messo li da tre ragazze, arrivate da non so dove (che si divertivano a farsi fotografare davanti a i vetri) dentro (in mezzo a dei calcinacci)qualche bigliettino, lasciato li ...infilato in mezzo alla porta a vetri, e finito dentro...a testimoniare che ancora qualcuno lo ricorda.
Insomma, non pensavo di trovarlo in quelle condizioni(il peggio di tutto il cimitero)vorrei continuare...ma penso che non ci sia altro da dire...e una cosa semplicemente ignobile(almeno una lucina le facesse compagnia) lui che a fatto compagnia a tantissimi di noi...mi meraviglio della famiglia, in particolare la moglie, ma anche il figlio (che non e + un bambino, sembra non aver capito che li dentro, oltre al grande cantautore, cè suo padre...."
Povero Lucio Battisti, ha passato la sua vita a cercare di evitare i rompicoglioni ed ora se li ritrova tra i piedi anche dopo morto...