Cari amici, il mio libro IL PIU' GRANDE CALCIATORE DEL MONDO è nelle librerie.
E' una bella soddisfazione per me. Non so per chi lo leggerà.
Nella mia smisurata ed assurda vanità, ho aperto un blog ad esso dedicato. Se sarete così dissennati da visitarlo troverete la presentazione ed alcuni assaggi.
Potrete anche lasciare commenti entusiasti. Non perdete tempo a scrivere insulti: li cancellerò.
Per accedere al blog si clicchi coraggiosamente qui sotto:
http://ilpiugrande.splinder.com
Eccoci qui anche oggi a giocare con i nomi.
GOVERNO PRODI diventa POVER INGORDO oppure PROGREDIVO? NO!
o anche GRIDO: “NO POVER!” ma soprattutto POI VERGO NORD.
GOVERNO BERLUSCONI, per par condicio diviene NEGRO O SERBO V’INCULO
Ed il POPOLO ITALIANO non è altro che AI O POLLO TAPINO!
Ma la cosa più inquietante di tutti è che IOSEPH RATZINGER divenga PREGHERO’ NAZISTI….
Ed ecco cosa ricaviamo dai nomi di alcuni lettori.
Quante cose possiamo ricavare da MARIA CRISTINA DONATI!
ACIDITA': NON MARITARSI
AMICA INNATO TRADIRSI
DARSI INTIMITA'? ANCORA!
RIADATTI ANACRONISMI
NATA DISCRIMINATORIA
INNAMORATI SRADICATI
MARITASTI RIDANCIANO
Mentre STEFANO GATTI può diventare un ottimistico OTTENGA FASTI ma anche un allarmante ATTENTO, SFIGA! Oppure un assoluto NEGASTI FATTO. Può essere un simulatore calcistico FINGO TESTATA.
Ma ciò che più gli auguriamo è...
STANOTTE FIGA.
Ci si può divertire anagrammando il proprio o l’altrui nome, cioè mescolandone le lettere per ottenere qualcosa di simpatico.
Ecco alcuni classici:
Adriano Celentano = Darà noie nel canto
Alberto Sordi = Astro del brio
Antonio Di Pietro = Ai potenti dirò: no!
Eugenio Montale = Uomo inelegante
Letizia Moratti = Molta itterizia
Lucia Mondella = Docile ma nulla
Giulio Andreotti = L’intrigo è d’aiuto
Romano Prodi = Dormo, rapino
Pietro Nenni = Non è Pertini
Fausto Bertinotti = Si è fatto bruttino
Ignazio
Francesco Rutelli = Citrullo francese
Francesca Neri = Fresca in carne
Monica Bellucci = Colma i cineclub
Roberto Benigni = Integro birbone
Luciano Pavarotti = Vuol cantar ai topi
Antonello Venditti = Danno intellettivo
Ilona Staller = Strillo anale
E due incredibili anagrammi politici:
On. Giulio Andreotti = Un gelido Totò Riina
Democrazia Cristiana – Azienda Camorristica.
Ed adesso, lasciatemi divertire…
ZINEDINE ZIDANE cosa fa? E DA’ E INDENNIZZA.
E MARCO MATERAZZI cosa deve fare: CORRI ET AMMAZZA
Il genio ENNIO FLAIANO diviene ALFINE ANNOIO, la stessa cosa che succede al suo marziano arrivato a Roma, che inizialmente suscita l’attenzione di tutti, ma viene presto dimenticato.
L’amico GIORGIO MARCHETTI (Borzacchini) diviene un attualissimo CHE IRRITATO MOGGI.
E, a proposito, LUCIANO MOGGI si tramuta in un goliardico OMAGGI IN CULO.
L’amico FAUSTO GIROMETTA è un EMIGRATO STUFATO oppure TO’ FUMO SIGARETTA.
L’amico GIORGIO LARCERI che lavora come chirurgo estetico RICREA RIGOGLIO e visto che è un grande sportivo CORRE GIA’ IL GIRO.
Se voi che mi leggete desiderate un anagramma personalizzato scrivetemi pure e chi vuole può aggiungere i propri anagrammi nei commenti.
Come? Cosa dite?
Un anagramma del mio nome?
Beh, da RENATO DE ROSA potrei diventare DERETANO ARSO ma, potendo scegliere, preferirei ARNESE DA TORO…
In questo secondo omaggio a Borzacchini, ci vogliamo riferire alle numerose e sublimi edizioni del Borzacchini Universale., L’ultima è la Quarta Edizione, per l’editore Ponte Alle Grazie.
Ecco cosa recita la presentazione del libro:
Ettore Borzacchini, al secolo Giorgio Marchetti, torna in libreria per la gioia del pubblico italiano e non solo. Sì, perché dopo essere stato consacrato dall’Accademia della Crusca, ora il Borzacchini è addirittura oggetto di conferenze e seminari nelle università d’Oltreoceano. Questo quarto volume del dizionario maccheronico ha una prefazione di Robert de Lucca, professore di Letteratura italiana al Bennington College, Usa, Doctor in Philosophy. Che lo elogia e lo fa sedere nell’olimpo dei Grandi accanto a Gadda, Rabelais, Flaiano, Guareschi. E noi, rinfrancati dall’Accademia che questo libro goliardico e licenzioso è alta letteratura, possiamo goderci ancora di più il talento irriverente e opulento del Marchetti, la «sconcezza felicemente distruttrice» della sua affabulazione, la sua pazza e spensierata giostra linguistica.
Ed ecco un lemma tratto da una delle edizioni del Borzacchini Universale. Ma prima di leggerlo mi piace fare una piccola digressione su linguaggio e volgarità. Quei quattro fidati amici che mi leggono sono persone in gamba, aperte di mente e di ingegno, e quindi rideranno di cuore alle invenzioni di Borzacchini, ma se per caso il testo capitasse tra le mani di qualche micragnoso e bacchettone moralista, potrebbe scandalizzarsi inorridito dal disinvolto uso della parole potta o culo e delle relative ardite ed acute digressioni.
Signori, la volgarità non è questa. la persona intelligente sa che si può essere fini e delicati – e il Borzacchini lo è – trattando temi grevi e scurrili e, viceversa, si può essere rozzi e volgari trattando alti e importanti concetti filosofici, allo stesso modo in cui si può essere eleganti in jeans e maglietta e sgraziati e goffi in abito da sera.
Perché l’eleganza è nella persona, negli atti e nel portamento.
Quindi allacciate le cinture e godetevi un po’ di Borzacchini.
FAR DA POTTA E DA CULO.
Sublime locuzione di autentico stampo toscano, assai usata in ambito livornese.
Di origine popolare, essa è passata- nonostante l'apparente crudezza - al parlare comune, in virtù del suo elevato potenziale di espressività e immediatezza che ne fanno un vero e proprio fiore all'occhiello del superbo linguaggio labronico.
Si ritiene pleonastico illustrarne il significato, ma ad usum pisani, diremo che con tale locuzione si suole palesare la condizione di colui che svolga molteplici funzioni in stato di necessità o di costrizione o-che sia particolarmente indaffarato in diverse bisogne e di ciò manifesti doglianza e rammarico. Non vi è chi non veda il Cardinali, in primo luogo, di cui è ben nota la frequente querimonia: «... al Vernacoliere mi tocca sempre fa' da potta e da culo!» - l'accorta contaminatio tra i due organi citati, al fine di creare quel clima di incertezza tipico delle situazioni in cui si affrontano scelte improvvise e mutevoli e pertanto restituire appieno l'ansia esistenziale che coglie l'uomo contemporaneo di fronte all'incalzare degli eventi.
Nella stessa guisa in cui Maria la Sudicia (Dirty Mary, la chiamava affettuosamente l'Arcivescovo di Canterbury), rinomato budello della seconda metà del diciannovesimo secolo, ebbe a dire: «...tra 'r culo e la potta ci 'orre tre dita...»; altrettanto riconosciamo che tale risibile distanza da un lato distingue ontologicamente i due binomi organo-funzione, ma dall'altro «...li accoppia nel fatale ruolo, nell'attimo supremo e travagliato del dubbio se sia meglio pigliallo nella potta o ner culo», cfr. Z. ZEFFY-RELLY, Il culo è la potta dell'avvenire, Le Cascine, Firenze 1955; (v. anche: P. A. QUIRICI, Pígliallo o metterlo? in «Questioni di metodo», Ravenna 1991).
Proprio per questo la locuzione in oggetto acquista il vigore di una rassegnata ma virile presa d'atto dell'immutabile assunto che comunque- da una parte o dall'altra - sono sempre i soliti a prenderlo sotto la coda, così come son sempre i soliti quelli che ce lo buttano.
Adesso, Signore e Signori, se avete ancora dei dubbi (e non credo) fate un esperimento. Accendete la televisione e guardate Bruno Vespa.
Poi mettevi una mano sul cuore e ditemi, tra Borzacchini e Vespa, chi è elegante? Chi è volgare?
Lo confesso: non sono un grande visitatore di musei.
Un po’ perché non mi amo viaggiare ed un po’ perché, lo confesso con pudore e amarezza, non capisco l’arte classica.
A me, povero ignorante, quei quadri con messeri, madame, madonne, santi ed angioletti sembrano un po’ tutti uguali: non mi emozionano, non mi trasmettono sensazioni. Come la pantera del post di ieri era sorda alla musica, io so di essere quasi cieco verso l’arte figurativa e me ne rammarico.
L’arte moderna invece mi piace e molto.
L’arte che è nata quando, grazie all’utile invenzione della fotografia, i pittori hanno finalmente smesso di rappresentare il mondo come è e si sono dedicati a dipingerlo così come potrebbe essere, dando libero spazio alla fantasia, insomma, dagli impressionisti in là, tanto per semplificare.
E tra i pochi miei grandi miti c’è Salvador Dalì. Il più grande di tutti. Infinitamente più grande, a mio immodesto parere, del sopravvalutato Picasso. Dalì, il genio fatto pittore.
E due anni or sono ho finalmente realizzato quel desiderio che covava dentro me da anni ed anni: ho sfidato i lunghi chilometri di autostrada, il transitare in un paese ostile quale la Francia (vedasi testata di Zidane), il dovermi nutrire di cibi oscuri, sconosciuti e minacciosi e sono finalmente arrivato a Figueras, a vedere il Museo di Dalì.
Quanto sia bello, straordinario, emozionante non ve lo dico perché non avrei né lo spazio, né le parole giuste.
Vi dico invece del dispetto nel trovare il museo pieno, affollato, gremito di visitatori.
Innanzitutto perché l’affollamento, la confusione, la ressa disturbano grandemente l’ammirazione e la contemplazione delle opere. Provate voi a emozionarvi davanti ad un quadro mentre vi passano davanti, vi spintonano, vi chiacchierano nelle orecchie, vi pestano i piedi.
Ma l’irritazione diventa incazzatura (scusate il francesismo ma quando ci vuole ci vuole) quanto ci si rende conto che la stragrande maggioranza dei visitatori è del tutto disinteressata alle opere esposte. Trattasi in stragrande maggioranza di:
a) gite scolastiche, che inzeppano le sale di giovani con annessi foruncoli di tutta Europa
b) gite per anziani catarrosi, zoppicanti e incontinenti, adescati e trascinati da sadici accompagnatori con il miraggio di arrivare vivi alla cena in locale tipico prevista per la sera a Barcellona
c) coppie di coniugi pensionati americani al quarto matrimonio ed alla terza luna di miele attirati in Spagna dal clima salubre e dai romanzi di Hemingway
d) allegre quanto stolide famigliole italiane di passaggio e ansiose di scorazzare su e giù per le ramblas di Barcellona che fanno tappa al museo per educare irritabili e stolidi bambini, che in viaggio da due giorni sono già in crisi di astinenza da televisione e play station.
E allora l’irritazione mi sale dentro e diventa indignazione!
Tutta questa gente deve essere cacciata via dal Museo di Dalì, come i mercanti dal Tempio, a colpi di frusta!
E già vedo un grande cartello campeggiare davanti all’entrata:
INGRESSO LIBERO E GRATUTIO PER CHI SUPERA L’ESAME DI AMMISSIONE.
GLI ALTRI POSSONO ENTRARE PAGANDO MILLE EURO
L’esame è un test di intelligenza (vero non come quelli del mensa).
L’ingresso a pagamento è una forma di democrazia, perché l’arte non deve essere vietata a nessuno.
Riapro gli occhi e confido questa mia grande idea a Donna Catia: l’arte a chi la sa apprezzare.
Donna Catia si limita ad inarcare un inarca un sopracciglio che implicitamente significa: “sei un eccentrico despota snob e fascista”.
Considerato di non poter contare neppure sul voto della mia consorte, scarto così l’idea di presentarmi alle elezioni per Ministro Mondiale della Cultura e sorrido indulgente al ragazzino in gita scolastica che spintonato da un compagno mi ficca il gomito nello stomaco.