Amici carissimi.
Dopo quattro mesi di post quotidiani è giunto il momento di fermarsi. Ho scritto abbastanza e non avrei più molto da dire. Chissà, forse un giorno ricomincerò.
Grazie di cuore a quanti mi hanno seguito, incoraggiato, apprezzato, criticato. Continuate pure a lasciare commenti, se volete.
Come diceva il cantante - cantante, si badi bene, non poeta - dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fior, anche se il concetto è più apprezzato che messo in pratica.
Così, per un blog che chiude ne apre un altro. Visitatelo, se vi va.
E, ovviamente, rimane aperto il blog dedicato al mio lbro
http://ilpiugrande.splinder.com
Al termine di questo blog vorrei ringraziarvi come faceva il capocomico, quando alla fine dello spettaciolo saliva alla ribalta per salutare lo spettabile pubblico: se vi è piaciuto raccontatelo ai vostri amici e se non vi è piaciuto... fatevi i fatti vostri.
Un abbraccio forte e sincero a tutti.
Renato
Chi desideri scrivermi in privato può farlo a questo indirizzo: renatoderosa@infinito.it
In questo secondo omaggio a Borzacchini, ci vogliamo riferire alle numerose e sublimi edizioni del Borzacchini Universale., L’ultima è la Quarta Edizione, per l’editore Ponte Alle Grazie.
Ecco cosa recita la presentazione del libro:
Ettore Borzacchini, al secolo Giorgio Marchetti, torna in libreria per la gioia del pubblico italiano e non solo. Sì, perché dopo essere stato consacrato dall’Accademia della Crusca, ora il Borzacchini è addirittura oggetto di conferenze e seminari nelle università d’Oltreoceano. Questo quarto volume del dizionario maccheronico ha una prefazione di Robert de Lucca, professore di Letteratura italiana al Bennington College, Usa, Doctor in Philosophy. Che lo elogia e lo fa sedere nell’olimpo dei Grandi accanto a Gadda, Rabelais, Flaiano, Guareschi. E noi, rinfrancati dall’Accademia che questo libro goliardico e licenzioso è alta letteratura, possiamo goderci ancora di più il talento irriverente e opulento del Marchetti, la «sconcezza felicemente distruttrice» della sua affabulazione, la sua pazza e spensierata giostra linguistica.
Ed ecco un lemma tratto da una delle edizioni del Borzacchini Universale. Ma prima di leggerlo mi piace fare una piccola digressione su linguaggio e volgarità. Quei quattro fidati amici che mi leggono sono persone in gamba, aperte di mente e di ingegno, e quindi rideranno di cuore alle invenzioni di Borzacchini, ma se per caso il testo capitasse tra le mani di qualche micragnoso e bacchettone moralista, potrebbe scandalizzarsi inorridito dal disinvolto uso della parole potta o culo e delle relative ardite ed acute digressioni.
Signori, la volgarità non è questa. la persona intelligente sa che si può essere fini e delicati – e il Borzacchini lo è – trattando temi grevi e scurrili e, viceversa, si può essere rozzi e volgari trattando alti e importanti concetti filosofici, allo stesso modo in cui si può essere eleganti in jeans e maglietta e sgraziati e goffi in abito da sera.
Perché l’eleganza è nella persona, negli atti e nel portamento.
Quindi allacciate le cinture e godetevi un po’ di Borzacchini.
FAR DA POTTA E DA CULO.
Sublime locuzione di autentico stampo toscano, assai usata in ambito livornese.
Di origine popolare, essa è passata- nonostante l'apparente crudezza - al parlare comune, in virtù del suo elevato potenziale di espressività e immediatezza che ne fanno un vero e proprio fiore all'occhiello del superbo linguaggio labronico.
Si ritiene pleonastico illustrarne il significato, ma ad usum pisani, diremo che con tale locuzione si suole palesare la condizione di colui che svolga molteplici funzioni in stato di necessità o di costrizione o-che sia particolarmente indaffarato in diverse bisogne e di ciò manifesti doglianza e rammarico. Non vi è chi non veda il Cardinali, in primo luogo, di cui è ben nota la frequente querimonia: «... al Vernacoliere mi tocca sempre fa' da potta e da culo!» - l'accorta contaminatio tra i due organi citati, al fine di creare quel clima di incertezza tipico delle situazioni in cui si affrontano scelte improvvise e mutevoli e pertanto restituire appieno l'ansia esistenziale che coglie l'uomo contemporaneo di fronte all'incalzare degli eventi.
Nella stessa guisa in cui Maria la Sudicia (Dirty Mary, la chiamava affettuosamente l'Arcivescovo di Canterbury), rinomato budello della seconda metà del diciannovesimo secolo, ebbe a dire: «...tra 'r culo e la potta ci 'orre tre dita...»; altrettanto riconosciamo che tale risibile distanza da un lato distingue ontologicamente i due binomi organo-funzione, ma dall'altro «...li accoppia nel fatale ruolo, nell'attimo supremo e travagliato del dubbio se sia meglio pigliallo nella potta o ner culo», cfr. Z. ZEFFY-RELLY, Il culo è la potta dell'avvenire, Le Cascine, Firenze 1955; (v. anche: P. A. QUIRICI, Pígliallo o metterlo? in «Questioni di metodo», Ravenna 1991).
Proprio per questo la locuzione in oggetto acquista il vigore di una rassegnata ma virile presa d'atto dell'immutabile assunto che comunque- da una parte o dall'altra - sono sempre i soliti a prenderlo sotto la coda, così come son sempre i soliti quelli che ce lo buttano.
Adesso, Signore e Signori, se avete ancora dei dubbi (e non credo) fate un esperimento. Accendete la televisione e guardate Bruno Vespa.
Poi mettevi una mano sul cuore e ditemi, tra Borzacchini e Vespa, chi è elegante? Chi è volgare?
Giorgio Marchetti è uomo alto ed autorevole, con una barbaccia brizzolata e due occhi tristi e penetranti nei quali sovente balena un lampo di irriverente furbizia.
Giorgio Marchetti ha una doppia personalità, quella dello stimato architetto Giorgio Marchetti e quella di Ettore Borzacchini l'acuto studioso della toscanità, intesa come linguaggio e come atteggiamento di vita.
Ettore Borzacchini ha scritto numerosi libri tra cui il Borzacchini Universale, un dizionario molto ragionato ai lemmi del vernacolo toscano, ed altri esilaranti libri sulle vacanze, sulla scuola o sui corretti atteggiamenti del moderno gentiluomo.
E' fine scrittore, il Borzacchini, grande umorista e non teme di usare la parolaccia con naturalezza e leggiadria, come solo i toscani sanno fare.
E l'amico Marchetti/Borzacchini è persona di simpatia travolgente, istrionica, allegra e coinvolgente.
Ma, adesso lasciamo parlare lui e vediamo cosa di dice a proposito di Giovannone....
GIOVANNONE
Nelle vaschette sul banco del bar, all’aperitivo, stanno le patatine fragili e inodori, inespressive.
C’è chi ne prende una o due, per gradire, con le dita a pinzetta, poi distintamente sfrega insieme i polpastrelli di indice e pollice per rimuovere sale ed untume e beve un sorso di roba rossa e gelata: gente fine.
Una cameriere tronfio come un sottosegretario, discretamente, rabbocca la vaschetta da un sacchettone frusciante e si ritira sorridendo compiaciuto alla temperanza dei suoi avventori; le olive, affogate in una brodosa salamoia, son lì anche loro, quasi per figura, chè nessuno si degna di impantanarsi; e poi c’è la questione del nocciolo: come sputarlo e dove?
Proprio vero: bella gente, gente fine.
Ma quando arriva Giovannone si sovverte come d’incanto ogni ordine.
Le patatine riprendono vita, croccanti, fragranti, dorate perché Giovandone ne pesca con la mano a mo’ di benna e senza ritegno se le infila nella boccaccia a brancate, le rumina con fragore e s’impesta di bricioline sulla bazza; le dita unte le struscia dovunque, anche sul davanti della giacca o se le ciuccia ghiottamente.
Lo sogguarda, schifato, il cameriere, attendendo invano un’ordinazione; ma Giovandone con gesto muto ed imperioso gli impone di riempire la vaschetta, mentre si fa saltare in gola al volo cinque o sei olive sgocciolanti e poi ne smitraglia abilmente i noccioli con sputo multiplo nell’ombrelliera a forma di stivalone in artistico rame sbalzato.
Bravo Giovannone.
(Ettore Borzacchini, da “La metamorfosi del bignè”)