Si ricorda che per il pagamento degli eventuali trattamenti nel centro benessere non sono accettate Carte di Credito e l’accesso è consentito in accappatoio, costume e ciabatte piscina.
Amici carissimi.
Dopo quattro mesi di post quotidiani è giunto il momento di fermarsi. Ho scritto abbastanza e non avrei più molto da dire. Chissà, forse un giorno ricomincerò.
Grazie di cuore a quanti mi hanno seguito, incoraggiato, apprezzato, criticato. Continuate pure a lasciare commenti, se volete.
Come diceva il cantante - cantante, si badi bene, non poeta - dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fior, anche se il concetto è più apprezzato che messo in pratica.
Così, per un blog che chiude ne apre un altro. Visitatelo, se vi va.
E, ovviamente, rimane aperto il blog dedicato al mio lbro
http://ilpiugrande.splinder.com
Al termine di questo blog vorrei ringraziarvi come faceva il capocomico, quando alla fine dello spettaciolo saliva alla ribalta per salutare lo spettabile pubblico: se vi è piaciuto raccontatelo ai vostri amici e se non vi è piaciuto... fatevi i fatti vostri.
Un abbraccio forte e sincero a tutti.
Renato
Chi desideri scrivermi in privato può farlo a questo indirizzo: renatoderosa@infinito.it
Giacomo Leopardi ha scritto poesie meravigliose perchè era infelice.
Se Silvia fosse stata più fosse stata più disponibile verso di lui, sì, diciamolo, se gliel'avesse data, molte delle sue opere non sarebbero state scritte, lui sarebbe stato più felice e tutti noi posteri un pochino più poveri spiritualmente.
Ed ora saltiamo al 1970. Eravamo ragazzini e giocavamo a pallone in un campetto. Un giorno si ferma un auto, ne scendono due signori, restano un po' a guardarci e poi si avvicinano: "Noi siamo dirigenti del Fossone, volete fare un provino con noi?".
A quell'epoca non si pagava per giocare. Oggi le chiamano "scuole calcio" e i ragazzini ci vanno quasi per forza, come se andassero a lezione di musica o di inglese, accompagnati dalle mamme che si fermano volentieri a chiacchierare fra loro. Una volta c'erano solo minuscole squadrette di quartiere, sponsorizzate per le piccole spese dal presidente farmacista o imprenditore edile.
Il giorno dopo ci presentiamo in sei o sette. Ci danno in prestito un paio di scarpette e poi ci fanno palleggiare, driblare, tirare in porta. Io ero tutto pelle ed ossa e l'allenatore non era per nulla entusiasta di prendermi. Quando ci fece provare il tiro al volo io scattai sulla destra e lui passò il pallone sulla sinistra.
Ma io, ostinato, non me ne andai. Tutte le settimane ero puntuale agli allenamenti e la domenica mattina mi presentavo per la partita. L'allenatore preparava lì per lì l'elenco di chi sarebbe sceso in campo. Io non c'ero mai e guardavo regolarmente la partita dalla tribuna. Una volta, per una epidemia di influenza, la squadra era decimata ed i giocatori contati. Pur di non farmi giocare, mise a centrrocampo il portiere di riserva e fece sedere me in panchina come portiere di riserva.
Così per tutta la stagione. Tribuna, tribuna, tribuna.
Venne la primavera e venne l'ultima di campionato. La squadra era il posizione tranquilla ed il risultato non sarebbe stato influente. Era in programma, presso il campo della Portuale, la partita Fossone-Groppoli.
Groppoli è un paesino della Lunigiana, che per me era all'epoca terra sconosciuta e misteriosa.
Il Mister doveva essersi commosso per la mia pertinace ed inutile presenza ad allenamenti e partite e decise di premiarmi. Preparò la formazione schierandomi titolare, con il numero 6: mediano. Ero preoccupatisssimo perchè il mediano era quello che doveva correre più di tutti. Il mio poco fiato invece mi consentiva a malapena di giocare come attaccante, dove potevo fermarmi ogni tanto a rifiatare.
A risolvere i miei problemi ci pensò la squadra del Groppoli, che quella domenica decise di rimanere in Lunigiana. La mia unica partita col Fossone si risolse in una vittoria a tavolino per forfait degli avversari.
Finì così, senza neppure iniziare, la mia carriera calcistica.
Da allora fino ad oggi ho un sogno ricorrente. Quello di giocare al pallone. Sogni bellissimi, in cui gioco bene, corro senza sentire la fatica e segno tanti gol. Al risveglio invece ci rimango male: mi accorgo che purtroppo era solo un sogno e mi tornano alla mente le mie domenica in tribuna col Fossone.
Poi quest'anno ho scritto il libro, il più grande calciatore del mondo http://ilpiugrande.splinder.com , in cui si racconta la storia di un calciatore per caso, un uomo qualsiasi che diventa un idolo delle folle.
E' stato pubblicato a settembre e, sarà un caso, ma in quest'ultimo mese non ho più sognato di giocare a pallone. Forse ho esorcizzato la mia frustrazione.
Scrivere mi ha fatto stare meglio.
Come è buffa la vita! Il rifiuto di Silvia verso Giacomo Leopardi è stato all'origine di grandi opere poetiche e letterarie, mentre le scelte di un allenatore del Fossone di trentacinque anni fa hanno ispirato un libercolo di scarso valore e poche pretese.
E' proprio vero: è impossibile immaginare le conseguenze delle proprie azioni!
Mi sono accorto di una cosa strana.
Sulla rete si trovano i testi di quasi tutte le canzoni.
E invece non si trova il testo di una delle più belle canzoni di Enzo Jannacci, “La disperazione della pietà”.
Nessuno conosce questa canzone. Nessuno né ricorda le straordinarie parole, la dolcissima musica, la strepitosa interpretazione.
Perchè Jannacci è italiano, timido, dolce e stralunato.
Forse se fosse nato in America....
Jannacci? Jannacci era quello che nei primi anni ’60 cantava:
“Sforisci bel fiore, sfiorisci amore mio,
che a morir d’amore c’è tempo lo sai”.
Cantava queste parole nell’epoca in cui i fiori potevano solo fiorire e le belle potevano solo morire d’amore.
Jannacci era quello che cantava
“La luna è una lampadina, attaccata al plafone
E le stelle sembrano limoni, tirati nell’acqua.”
quando per tutti gli altri la luna era pallida e invitava a sognare.
Oggi sono buoni tutti. Ma allora nei primi anni ’60, quando il reuccio della canzone era Claudio Villa e cuore faceva rima con amore, bisognava essere geni e poeti.
Bisognava essere geni e poeti per scrivere “Giovanni telegrafista”, con un verso come
“solo due rondini nere,
senza la minima intenzione simbolica,
si posarono sul singhiozzo telegrafico”.
Allora, ovviamente, nessuno o quasi nessuno lo capiva.
Oggi ovviamente nessuno o quasi lo ricorda.
Dunque, dicevamo che nel 1968 Jannacci ha scritto "la disperazione della pietà", ispirandosi ad una poesia di Vinicius de Morales (il bianco più negro del Brasile).
L’inizio è folgorante:
“Signore, abbiate pietà di quelli che vanno in tram”
Ed ecco il testo: l’ho trascritto io per voi, perché come dicevo in rete non si trova.
(Testo e musica di Enzo Jannacci)
Signore abbiate pietà di quelli che vanno in tram
e nel lungo tragitto sognano automobili, appartamenti,
ma abbiate anche pietà di quelli che guidano l’automobile,
sfidando la città gremita, semovente di sonnambuli.
Abbiate molta pietà del ragazzo mingherlino e poeta,
che di suo ha solo le costole e l’innamorata bassina,
ma, ma abbiate maggior pietà dello sportivo colosso impavido e forte
e che si avvia lottando, remando nuotando alla morte.
Signore abbiate pietà, pietà, pietà, pietà, Signore.
Abbiate immensa pietà dei musicanti da caffé
che sono i virtuosi della loro tristezza e solitudine,
ma abbiatene ancor più di quelli che cercano il silenzio
e subito cade su loro la romanza della Tosca.
Nella vostra pietà non dimenticate i poveri che arricchirono
e per i quali il suicidio è ancora la soluzione più dolce,
ma, ma abbiate vera pietà dei ricchi che impoverirono
e diventano eroi e alla santa pietà danno un’aria grande
Signore abbiate pietà, pietà, pietà, pietà, Signore.
Abbiate pietà dei barbieri in genere e dei parrucchieri,
effeminati dal mestiere ma umili nelle carezze
ma abbiate maggior pietà di quelli che si tagliano i capelli,
che attesa, che angoscia, che cosa avvilente mio Dio,
Abbiate pietà degli uomini utili dei dentisti
che soffrono di utilità e vivono per far soffrire,
ma abbiate gran pietà dei veterinari e dei farmacisti
che molto bramerebbero esser medici, o Signore.
Signore abbiate pietà, pietà, pietà, pietà, Signore.
Abbiate pietà delle donne separate legalmente,
e in esse misteriosamente si riforma la verginità,
ma abbiate ancor più pietà delle donne cosiddette sposate
che si sacrificano e semplificano per niente.
Abbiate immensa pietà degli uomini pubblici, specialmente dei politici
per la loquela facile, l’occhio, lucido, la sicurezza del gesto, ma
ma abbiate ancor più pietà dei loro servi, umili e parenti,
fate signore che d’essi non nascano altri fonometri.
Signore abbiate pietà, pietà, pietà, pietà, Signore.
Che bella!
Oggi gli psicologi hanno scoperto il pensiero laterale.
Ma più ironico e laterale di così!
"La disperazione della pietà" è una preghiera, buffa e drammatica allo stesso tempo, laica e religiosa, che accomuna i barbieri, le donne separate legalmente, gli uomini politici e i loro parenti, in un affresco straordinario sulla tragicità della vita quotidiana.
Il musicante da caffé e il poveretto che cerca inutilmente il silenzio, tutti assieme costretti dalla vita al proprio ruolo.
Grazie Jannacci, per la tua semplicità e genialità che, come sempre accade, è in gran parte sconosciuta. E scusa, scusa davvero, se parlo di te ai miei amici. Perchè, come diceva Ennio Flaiano, la cosa peggiore che può capitare ad un genio è di essere compreso.
E voi che leggete, fate tesoro, se volete, di questa piccola grande lezione che ci insegna a capire meglio gli altri e a guardare le cose da un punto di vista diverso, più sereno e umano.
“Abbiamo sempre fatto così”
questo era quello che mi sentii dire dal capo ufficio quando arrivato fresco fresco dal Lindo, Moderno ed Efficiente Centro Elaborazione Dati della RAS di Milano piombai nel Sonnolento Provinciale e Tignoso Centro Elaborazione Dati della Cassa di Risparmio di Lucca.
Avevo scritto il mio primo programma e, come mi avevano insegnato a Milano, avevo scritto un manualetto ad uso degli sfortunati colleghi che avrebbero dovuto usarlo. Il manuale fu cestinato: “Si va, gli si spiega come funziona e si torna via” queste furono le indicazioni ed io mi adeguai.
Il Centro Elaborazione Dati era costantemente subissato di telefonate e richieste da parte dei colleghi che usavano i programmi, perché non sapevano bene come usarli.
Capii presto che questo non era considerato un disonore e una seccatura, ma una fonte di potere: essere richiesti significava essere conosciuti, essere indispensabili significava essere potenti, essere indaffarati significava fare tanti straordinari che, a sua volta, significava essere attaccati all’azienda ed avere ottime possibilità di fare carriera.
Quando leggete i libri che insegnano ai “luminosi manager del terzo millennio” le “mirabolanti tecniche manageriali” vi diranno che “Abbiamo Sempre Fatto Così” è una delle terribili frasi fatte che minano il progresso dell’azienda per l’ottusità dei dirigenti. Non era esattamente così. “Abbiamo sempre fatto così” era una frase fatta che forse danneggiava lo sviluppo dell’azienda (ma non più di tanto: che bisogno di efficienza poteva avere in quagli anni una banca come la Cassa di Risparmio di Lucca?), ma avvantaggiava il dipendente, cosa che, agli occhi del dipendente, è sicuramente più importante.
Ma dato che non voglio certo essere diseducativo, vi racconto una utile storiella che vi mostrerà le conseguenze catastrofiche della politica dell’Abbiamo Sempre Fatto Così”…
Un giovane monaco è appena arrivato in quello che sarà il suo monastero ed il primo compito che gli viene affidato è quello di aiutare gli altri monaci a copiare i testi canonici della tradizione.
Si mette al lavoro ma si accorge che le copie non vengono fatte dagli originali, ma da precedenti copie. Rimane molto perplesso e va a parlare con il priore “In questo modo – obietta - se viene fatto un errore, questo verrà copiato poi in tutte le copie successive aggiungendosi ad altri errori e travisando il testo originale.”
Il priore risponde: “Eh figliuolo, ma noi abbiamo sempre fatto così! Comunque la tua osservazione ha un fondo di sensatezza e, per maggiore tranquillità, domani andrò io stesso a confrontare gli originali con quanto stiamo copiando.!”
La mattina dopo il priore scende nei sotterranei dove sono conservati, tra la polvere, gli originali dei libri sacri. Passano le ore ed il priore non si fa vedere, né per pranzo, né per cena.
A notte inoltrata i monaci, preoccupati, decidono di scendere per verificare cosa fosse successo.
Scesi nei sotterranei trovano il priore che piange disperato sbattendo la testa contro un vecchissimo tomo.
“Che succede? Gli chiedono.
E lui: “Voto di carità, era voto di carità, non voto di castità!”