Amici carissimi.
Dopo quattro mesi di post quotidiani è giunto il momento di fermarsi. Ho scritto abbastanza e non avrei più molto da dire. Chissà, forse un giorno ricomincerò.
Grazie di cuore a quanti mi hanno seguito, incoraggiato, apprezzato, criticato. Continuate pure a lasciare commenti, se volete.
Come diceva il cantante - cantante, si badi bene, non poeta - dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fior, anche se il concetto è più apprezzato che messo in pratica.
Così, per un blog che chiude ne apre un altro. Visitatelo, se vi va.
E, ovviamente, rimane aperto il blog dedicato al mio lbro
http://ilpiugrande.splinder.com
Al termine di questo blog vorrei ringraziarvi come faceva il capocomico, quando alla fine dello spettaciolo saliva alla ribalta per salutare lo spettabile pubblico: se vi è piaciuto raccontatelo ai vostri amici e se non vi è piaciuto... fatevi i fatti vostri.
Un abbraccio forte e sincero a tutti.
Renato
Chi desideri scrivermi in privato può farlo a questo indirizzo: renatoderosa@infinito.it
E' l'uomo a determinare il suo destino oppure il caso?
"Quisque fortuna sua arbiter est" dicevano i latini, ognuno è arbitro del proprio destino.
Voi cosa ne pensate?
Io qualche dubbio in proposito ce l'ho... e risale al 1975.
Era infatti l’estate del 1975 quando affrontai l’esame di maturità classica.
All’epoca c’erano due prove scritte e si portavano all’orale due materie su quattro possibili.
Quell’anno il latino scritto affiancò la prova di italiano e per l’orale c’era italiano, scienze, filosofia e greco.
Le mie materie preferenziali erano italiano e scienze e per fortuna non me le cambiarono (a volte succedeva): avevo studiato solo quelle!
Oltre alla ovvia necessità di superarlo, l’esame di maturità aveva per noi una valenza del tutto particolare.
Era il primo contatto con il mondo esterno. Noi ragazzetti provinciali, abituati al chiuso mondo del beneamato liceo classico Emanuele Repetti, non avevamo mai avuto modo di confrontarci con il resto del mondo, scolastico o professionale, dunque l’essere giudicati da una commissione esterna era una vera e propria esperienza nuova ed il viatico verso il nuovo mondo: l’università e poi il misterioso mondo del lavoro.
Insomma, in quei giorni finiva la nostra adolescenza, iniziava la vita da adulti e l’esame di maturità era una sorta di battesimo del fuoco.
Saremmo stati all’altezza?
Per l’occasione mia madre decise di vestirmi elegante. Il concetto di eleganza di mia madre è sempre stato molto particolare. L’acme era stato toccato in quinta ginnasio quando mi aveva comprato un completo giacca e pantalone di un misterioso tessuto che appariva all’esterno come un villoso tappeto da bagno marrone a costoni verticali. Magro com’ero, con questo aggeggio dovevo sembrare una specie di millepiedi ambulante. Quando dovevo indossarlo arrivavo a scuola ad ore antelucane, uscivo mezz’ora dopo e non partecipavo alla ricreazione nella vana speranza di passare inosservato.
Per l’esame di maturità mia madre scelse per me un paio di pantaloni bianchi ed una maglietta blu sul cui di dietro campeggiava in bianco la scritta “Uriah Heep”. Uriah Heep all’epoca era un complesso rock ma tempo prima era lo zio cattivo di David Copperfield, che oggi è un illusionista ma all’epoca era il protagonista di un romanzo di Dickens, che ancora oggi è uno scrittore inglese dell’ottocento, e lo resterà fino a quando qualche cantante non sceglierà il suo come nome d’arte.
Lo scritto di latino con mia grande sorpresa era stato uno dei pochi a raggiungere la sufficienza: sei e mezzo. La sorpresa derivava dal fatto che non ero un grande latinista e poi, confrontan do la mia versione con quelle dei miei amici mi pareva di avere commesso ben più errori di loro. Però le loro versioni erano insufficienti, al contrario della mia. Il mistero sarebbe stato svelato più avanti…
Iniziai l’orale con scienze. Il professore di scienze conosceva solo la geologia e quindi tutti avavano scelto come “argomento a piacere” rocce e minerali, facendolo contento, ma anche mettendolo in condizione di porre domande precise e circostanziate . Io scelsi una strategia contraria: parlai di astronomia, cosicché potei disquisire per un quarto d’ora senza interruzioni. Risposi poi a due ovvie domandine di geologia e superai rinfrancato il primo ostacolo.
Poi passai ad italiano. Il professore di italiano era un vecchietto, piccolo, pelato e rinsecchito, mezzo sordo e mezzo orbo, con una vera e propria passione per il Pascoli. Così decisi di cimentarmi su quell’argomento ma commisi un tragico errore: studiai l’argomento sul malefico Guglielmino. Il Guglielmino era l’autore di un libro che affrontava il Pascoli in una visione europea, rapportandolo con il decadentismo e inserendolo in complessi contesti storici, letterari e psicanalitici. Iniziai così a parlare di sinestesie, di processi analogici mentre il vegliardo mi guardava come se fossi pazzo.
“Ma il fanciullino?” mi interruppe disperato.
“Il fanciullino?” feci io.
“Sì, il fanciullino pascoliano. Perché dice queste strane cose e non mi parla del fanciullino? Mah… Senta mi legga questa poesia, Lavandare, ma la legga con sentimento mi raccomando e faccia sentire la cantilena delle lavandare.”
Iniziai così a leggere cercando invano di resuscitare i sopiti geni istrionici dei miei avi attori e quando arrivai alla cantilena sillabai…
“Quando partisti come son rimasta,
come l’aratro in mezzo alla maggese”
“Noooo – urlò lui facendomi sobbalzare – non mi ha fatto sentire la cantilena. Rilegga di nuovo”
Ed io, cercando di cantilenare
“Quan-do par-ti-sti co-me son ri-ma-sta co-me l’a-ra-tro in mez-zo al-la mag-ge-se”
“Nooooo – strillò ancora il malefico vecchio – non si sente abbastanza la cantilena. Rilegga ancora.”
Io ero disperato,. Anche perché dietro di me i miei compagni, incuranti del mio dramma, si rotolavano per terra sghignazzando.
Cercai di cantilenare di più “Quando paaartistiii cooome sooon rimaaasta cooome l’aaaaraaatrooo in mezzooo allaga maggeeeseee” e lo guardai speranzoso negli occhi.
“NOOOO! Non va! - Strepitò la spregevole cariatide – Adesso gliela faccio sentire io: quaaaaaanddooooo paaaartiiiiiistiiiii cooooooomeeeeee sooooooon riiiiiiimaaaaaastaaaa, cooomeeeee l’aaaaraaaatrooooo iiiiiin meeeezzzoooooo aaaalllllaaaaa maaagggeeeeseeee.”
Ha capito ora come si legge Pascoli?”
“Credo che non lo scorderò più” balbettai
“Bene, allora passiamo a Dante”
Ero abbastanza preparato su Dante. almeno pensavo di esserlo fino a mezz’ora prima. Adesso sapevo che l’esito del mio esame si trovava nelle indifferenti mani della sorte…
Il leone, re della foresta, ha in grande antipatia il lupo. Un giorno lo vede passare poco lontano e lo chiama con voce minacciosa: “Lupo, vieni qua!”.
Il lupo si accosta preoccupato: “Dite Maestà, cosa desiderate?”
“LUPO, tu ti sei tagliato i capelli!”
“Come? – balbetta il lupo - Io? I capelli? In verità no Maestà. Saranno alcuni mesi che non…”
“Vigliacco di un lupo – tuona il leone – oltre a esserti tagliato i capelli mi racconti anche delle bugie!”
“No, Maestà, davvero io…”
“Ah! Prosegui, allora ti devo conciare per le feste…”
E giù un fracco di botte al povero lupo che se ne va tutto pesto e malconcio.
Un paio di giorni dopo il leone vede nuovamente in lontananza il lupo.
“LUPOOOO!” grida con la sua voce tuonante.
Il lupo si avvicina ancora tutto spaventato e tremante.
“Caro lupo, – esclama il leone scuotendo la testa – vedo che la lezione dell’altro giorno non ti è servita: ti sei nuovamente tagliato i capelli!”
“Noooo… no…. Maestà. Non mi permetterei mai, non ci ho nemmeno pensato a tagliarmeli, Maestà.”
“Se dico che ti sei tagliato i capelli, ti sei tagliato i capelli. O stai forse accusandomi di essere un bugiardo?”
Il povero lupo non sa più cosa rispondere: “No, sì, Maestà, beh voglio dire che Voi dite certo la verità ma che io no, non me li sono tagliati i capelli, io, sono un bravo…”
“Sei un disgraziato, un vigliacco ed un bugiardo! - Grida il lupo fouri si sé – E ora i insegno io il rispetto…”
E ancora una gragnola di botte sulla schiena del povero lupo che non può fare altro che prenderle e tornare alla sua tana ancora più malridotto.
E così si avanti e per giorni e giorni ogni volta che il leone incontra il lupo sono accuse per i capelli e tante botte per il povero lupo. Talmente tante che gli animali della foresta, presi a compassione per la povera bestia, cominciano a mormorare e a criticare sommessamente l’operato del leone.
La iena allora, da buon cortigiano, decide di andare a parlare con il re della foresta.
“Vostra Maestà permettete una parola?”
“Dimmi, dimmi pure cara iena.”
“Se me lo concedente vorrei richiamare la vostra attenzione sulla vicenda del lupo…”
“Non mi parlare del lupo, iena! Proprio non lo posso soffrire. E’ più forte di me, quando lo vedo devo menarlo, mi sta talmente antipatico…”
La iena sorride conciliante: “Sì, è vero Maestà, il lupo è antipatico a molti, però vedete Maestà questa storia dei capelli è diventata poco credibile… nella foresta c’è qualcuno che bisbiglia… e poi bisogna stare attenti: tra sei mesi ci sono le elezioni e qualcuno potrebbe sfruttare questa vicenda… di questi tempi bisogna stare molto molto cauti… Maestà:”
“Che vuoi dire, iena? Dunque non è più nei miei diritti picchiare il leone quando mi va?”
“No, per carità, potete continuare a picchiarlo, ma l’importante è farlo nel modo giusto e con il giusto motivo. Se permettete, Maestà, io un suggerimento lo avrei…”
Il leone appare interessato: “Dimmi, dimmi pure, iena”.
“Ecco Maestà, – spiega la iena stropicciandosi le zampe – quando incontrerete il lupo mandatelo a comprare le sigarette, lui ci andrà e ve le porterà. A questo punto se vi avrà portato un pacchetto duro voi gridate che lo volevate morbido e se ve lo avrà portato morbido voi gridate che lo volevate duro. Avrete così la vostra scusa e potrete picchiarlo a piacimento senza che nessun animale potrà eccepire alcunché.”
“Iena,– gongola il leone – sei davvero in gamba e, non temere, mi ricorderò di te nel prossimo governo.
“Grazie Maestà, non merito tanto, ma… a vostra discrezione…” e se ne va con aria soddisfatta.
La mattina dopo il leone incontra il lupo. Quest’ultimo appena alza gli occhi e vede il re della foresta comincia a tremare, paventando nuovamente la domanda sui capelli e le solite botte.
“Lupo vieni qua!” grida il leone.
“Sono qui Maestà, ma questa volta io proprio…”
“Lupo, vammi a prendere un pacchetto di Marlboro.”
Il lupo si risolleva: “Come? Sigarette? Sì, sigarette, subito, Maestà, con piacere, vado subito a comperarvi le sigarette, Maestà, sono felice, Maestà di comperarVi le sigarette. Ma ditemi Maestà: volete il pacchetto morbido o quello duro?”
Il leone rimane per un istante in silenzio, poi punta la zampaccia contro il lupo e tuona:
“LUPO, TU TI SEI TAGLIATO I CAPELLI ANCHE OGGI!!!”
E questa simpatica storiella ci insegni che qualunque sia la causa, con motivo reale, con pretesti più o meno validi, chi deve subire dai potente sempre subirà. E il nostro leone può simboleggiare – a gradimento di ciascuno – il governo, la municipalizzata dell’acqua, i Vigili Urbani, l’ex coniuge, la globalizzazione o più semplicemente la sfiga: è la legge della foresta, ma vale anche nella nostra moderna e civilizzata società…
Siamo nella favela di una grande metropoli brasiliana, ovunque miseria, sporcizia, desolazione. Le baracche sono tutte accatastate l’una all’altra, quasi a sorreggersi e a portarsi calore e solidarietà umana. Una sola è isolata, distante dalle altre, come se incutesse timore nella gente, come a creare intorno a sè un alone di terrore e malvagità.
Guardiamo all’interno di questa capanna: sul pavimento un tappeto di immondizia, bottiglie vuote di rum, pacchetti di sigarette, gusci di noci di cocco, bicchieri rotti. Non ci sono mobili, se non un fornellino sporco in un angolo ed una bombola di gas. Solo una poltrona al centro della stanza, una grande poltrona a fiori, sporca, macchiata e rotta, con alcune molle sporgenti.
Sulla poltrona un negro enorme, completamente calvo, dalla pelle orribilmente butterata, che indossa un paio di braghe ed una canottiera lercia. I suoi piedi nudi e sudici poggiano su una cassa, mentre nelle sue mani un enorme coltellaccio ed una noce di cocco, dalla quale man mano taglia un pezzettino di frutto e lo porta alla bocca, bevendo poi una sorsata di rum dalla bottiglia poggiata a fianco a se.
All’improvviso si spalanca la porta ed irrompono nella favela due brutti ceffi, armati e pieni di cicatrici. In mezzo, trascinato quasi a forza a loro un ragazzino, lacero, pesto e sanguinante. Uno dei due chiama:
“Djangao!”
Il negro alza una palpebra e fissa i nuovi arrivati senza dire una parola”.
“Djangao, - prosegue il primo – questo stronzetto è venuto nel nostro quartiere a fare il furbo con le ragazze. Ha detto il capo che devi metterglielo in culo.”
Djangao senza fare una piega risponde: “Lasciatelo lì, ci penserò dopo.”
I due scaraventano il ragazzo in un angolo ed escono.
Il giovane inizia a piagnucolare: “Signor Djangao, la prego non mi faccia questo, non mi umili così, sono un bravo ragazzo, giuro che me ne andrò via di qui e non tornerò più da queste parti, la prego, diremo che la cosa è stata fatta, non lo saprà nessuno e le porterò dei soldi per ringraziarla, la prego, dottor Djangao, sia buono, lei mi sembra una persona per bene, mi ascolti…”
Djangao non risponde, ma continua imperterrito a tagliare pezzi di noci di cocco, utilizzando lo stesso coltellaccio per pulirsi le unghie, bevendo ancora di tanto in tanto un sorso di rum.
Dopo alcuni minuti di piagnistei del ragazzo, la porta della favela si spalanca di nuovo ed entrano i due ceffi di prima con un altro ragazzo, assai somigliante al primo, anche questo sanguinante e lacero.
“Djangao!”
Palpebra che si solleva
“Djangao, questo figlio di puttana ha cercato di fottere dei soldi al capo. Devi tagliargli tutte le dita delle mani.
“Lasciatelo lì, ci penserò dopo”
Il ragazzo viene scaraventato a fianco al primo e i due restano tremanti nell’angolo della favela in attesa del loro destino.
Pochi minuti ancora e i due criminali tornano con un terzo ragazzo, smunto come i primi due, ferito e sanguinante come i primi due.
“Djangao!”
Palpebra.
“Djangao, questo pezzo di merda ha fatto delle proposte alla donna del capo. Il capo ha detto che devi tagliargli la lingua e tutte e due le orecchie.”
“Lasciatelo lì, ci penserò dopo.”
Il terzo ragazzo finisce nel solito angolo, assieme ai primi due. Per alcuni minuti nella favela aleggia un silenzio irreale, rotto solo dal rumore del coltello che incide la noce di cocco e dal gorgoglio del rum nella gola del negro.
Ad un certo punto il primo dei tre ragazzi solleva una mano e con voce tremante chiede:
“Dottor Djangao?”
Il negro solleva la solita palpebra e lo guarda con aria interrogativa.
“Scusi Dottor Djangao, non vorrei che ci fossero equivoci. Io sono quello che lo deve prendere in culo!”
Questo breve apologo ci insegni a non lamentarci troppo di quello che la vita ci riserva. Potrebbe andare peggio!
I greci la chiamavano "invidia degli dei". Quando un uomo era troppo bello, ricco o felice, gli dei invidiosi intervenivano con qualche accidente affinchè costui ed i suoi simili si ricordassero di essere uomini e non divinità.
Un piccolissimo esempio di questa "invidia degli dei" posso raccontarlo, avendo assistito di persona.
Eravamo ai tempi del liceo. Un mio carissimo amico (lo è anche oggi e forse lo sarà meno se leggerà queste righe) che, per rispetto della privacy, chiameremo Gianni era bello, intelligente e grande appassionato di cavalli.
In verità i cavalli non erano suoi, ma dello zio, ma questo era un dettaglio insignificante. I cavalli poi erano per lui un ottimo pretesto per rimorchiare, dato che nessuna ragazza poteva resistere al fatidico invito: "vuoi venire a cavallo con me?".
Gli animali erano tre: Fidenes, una bella e nobile cavalla, Draghetto un animalaccio brutto, astuto e subdolo che per diarcionare il cavaliere (cosa che avveniva regolarmente) non si impennava come fanno tutti i cavalli seri, ma piegava le zampe anteriori, chinamdo il collo fino a terra, lasciando il malcapitato cavaliere piombare a terra privo punti di appoggio, e poi Anchise.
Anchise era un cavallo bellissimo, imponente, bianco con l'occhio gazzolo (i due occhi di colore diverso), uno celeste come i ghiacci dell'antartide, l'altro azzurro come il cielo terso nelle giornate ventose. Anchise aveva un caratteraccio, irritabile, violento, altezzoso. Solo Gianni e pochi altri riuscivano a montarlo.
Un giorno nel campo di calcio dell'oratorio si disputava il torneo del liceo, al quale partecipavano tutte le classi, con partite che vedevano l'acceso tifo soprattutto delle ragazze.
Gianni quella mattina mi aveva preannunciato: "Oggi all'oratorio avranno una sorpresa", così ero lì, in attesa. Non dovetti aspettare molto: la partita era iniziata da mezz'ora ed il tifo femminile era particolarmente folto ed vivace.
All'improvviso dallo stretto cancelletto che dava ingresso al piazzale dell'oratorio apparve Lui, Gianni.
Bellissimo, tiratissimo, vestito da cow-boy con un grande cappellaccio, giacca con le frange, pantaloni, stivali con speroni scintillanti, sembrava Clint Eastwood in un western di Sergio Leone. Sotto di lui Anchise, alto, altero, bardato con una meravigliosa sella messicana, che ruotava intorno gli occhi gazzoli, annichilendo gli spettatori.
La partita si interruppe, si fece un attimo di silenzio e poi dalla folla proruppe un "ohhhhhh" di stupore ed ammirazione. Tutti, ragazzi e ragazze (ma soprattutto queste ultime) erano ammirate, incantate da quella visione, da quel misterioso e bellissimo cavaliere.
Gianni, tronfio si pavoneggiava e stava per andarsene felicissimo quando gli dei invidiosi misero in atto la loro vendetta.
Anchise, senza preavviso e senza ritegno, alzò la coda e lasciò cadere sul cemento del piazzale una abbontante e fumante emissione fecale. E così, in un solo istante, la scena da maestosa divenne comica: il pubblico proruppe in una risata omerica, al che si materializzò sulla porta il custode dell'oratorio che, nel vedere il souvenire lasciato dal cavallo, si inferocì e comincio ad inveire contro Gianni. Poi l'energumeno prese una pala e la porse al mio amico gridando: "Mo t'pulisc!".
Gianni dovette scendere da cavallo e tenendo l'animale per la cavezza, utilizzava a fatica l'altra mano per spalare via la merda. Egli si rivolse a me con aria implorante: "Per favore Renato tienimi il cavallo".
Me ne vergogno tuttora, nonostante siano passati più di trent'anni, ma non risposi e feci finta di non conoscerlo. E così continuò a spalare con una mano e a reggere il cavallo con l'altra, tra le urla e gli sghignazzi del pubblico scatenato, soprattutto dei ragazzi che sfogavano così la loro invidia prima repressa.
Terminata l'umiliante operazione Gianni risalì a cavallo e cercò di guadagnare l'uscita, ma Anchise, probabilmente innervosito dalla confusione, non voleva saperne di imboccare in cancelletto. Il cavaliere fu così costretto a fare tre giri sul piazzale, cercando ogni volta di convincere l'animale recalcitrante ad andarsene ed a mettere fine a quella scena vergognosa.
Al terzo giro il cavaliere, disperato, piantò gli speroni nella pancia dell'animale, che si impennò con un lungo nitrito e quindi si scagliò al galoppo sfrenato oltre il cancello, fuggendo lontano con Gianni faticosamente aggrappato al collo, come un personaggio di Edgar Allan Poe rapito da una bestia infernale.
Per un paio di giorni l'amico che ho qui chiamato Gianni (per rispetto alla privacy) non venne a scuola, poi la vita tornò alla normalità. Devo dire che quando la professoressa di greco ci spiegò il concetto di "invidia degli dei" io, ma soprattutto Gianni, riuscimmo benissimo a comprenderne il significato.
E tu, lettore, vivi i tuoi momenti felici con moderazione, gli dei invidiosi e burloni sono sempre pronti a farsi beffe di te!