Amici carissimi.
Dopo quattro mesi di post quotidiani è giunto il momento di fermarsi. Ho scritto abbastanza e non avrei più molto da dire. Chissà, forse un giorno ricomincerò.
Grazie di cuore a quanti mi hanno seguito, incoraggiato, apprezzato, criticato. Continuate pure a lasciare commenti, se volete.
Come diceva il cantante - cantante, si badi bene, non poeta - dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fior, anche se il concetto è più apprezzato che messo in pratica.
Così, per un blog che chiude ne apre un altro. Visitatelo, se vi va.
E, ovviamente, rimane aperto il blog dedicato al mio lbro
http://ilpiugrande.splinder.com
Al termine di questo blog vorrei ringraziarvi come faceva il capocomico, quando alla fine dello spettaciolo saliva alla ribalta per salutare lo spettabile pubblico: se vi è piaciuto raccontatelo ai vostri amici e se non vi è piaciuto... fatevi i fatti vostri.
Un abbraccio forte e sincero a tutti.
Renato
Chi desideri scrivermi in privato può farlo a questo indirizzo: renatoderosa@infinito.it
Intercettazioni telefoniche, echelon, grande fratello, diritto alla privacy...
"Altri giorni altri occhi" è il titolo di uno straordinario romanzo di fantascienza di Bob Shaw, pubblicato - molte lune or sono - da Urania. La trama - che riporto a memoria - è questa. Una fabbrica america realizza un nuovo parabrezza che vende ad una casa automobilistica. Dopo qualche tempo arrivano statistiche allarmanti: molte delle macchine su cui è montato hanno incidenti mentre eseguono svolte a sinistra. Il fenomeno viene studiato e si scopre che quel parabrezza è in grado di "rallentare la luce", in altre parole i raggi luminosi che lo attraversano impiegano qualche frazione di secondo in più, quanto basta per creare un ritardo nella visione esterna e per provocare incidenti. L'idea viene sviluppata e nasce il "vetro lento", un vetro che può trattenere la luce anche per molto tempo.
Le applicazioni sono straordinarie. Ad esempio esponendo un vetro lento per un anno ad un panorama dei caraibi e poi montandolo a New York consente di ammirare per un anno il panorama marino pur abitando in faccia alla sopraelevata del Bronx.
Tutto bene? Fino a un certo punto, perchè il vetro lento consente di spiare la gente, perchè funziona verso l'esterno ma anche verso l'interno. Montando un vetro lento in camera vostra per un mese e poi smontandolo sarà possibile vedere poi tutto quello che avete combinato in camera in quel mese.
La privacy dunque minaccia di sparire ed il romanzo racconta la lotta per bloccare la diffusione di questa invenzione.
Questo libro profetico (fu scritto nel 1972) prefugira quello che sta accadendo in questi giorni. Microcamere in grado di filmare senza essere notate, cimici, intercettazioni telefoniche, microspie in grado di segnalare in ogni istante dove vi trovate. E' facile immaginare che, proseguendo di questo passo, a breve sarà difficile tenere riservata qualsiasi cosa.
Il caso più recente è quello delle intercettazioni telefoniche. Nella sarabanda di calciopoli i giornali hanno pubblicato intercettazioni riguardanti una scappatella comiugale (peraltro miseramente fallita) del figlio di Moggi. Ricordiamoci poi delle desolanti intercettazioni del Principe Vittorio Emanuele o quelle arroganti di Ricucci. Ci si chiede dunque se sia legittimo, sfruttando la bandiera del diritto di cronaca, mettere in piazza situazioni private recando danno all'intercettato.
E' un problema etico e politico sul quale si sono espresse voci autorevoli. Tuttavia, al di là delle opinioni, una cosa è certa, che la tecnologia fornirà nel prossimo futuro strumenti sempre più potenti ed invadenti per spiare le azioni altrui.
Ci avviamo dunque, che il legislatore lo voglia o no, verso un'epoca in cui sarà praticamente impossibile tramare azioni criminose, essere dove non si dovrebbe essere o tradire la moglie senza che vi siano elevatissime probabilità che la cosa venga risaputa.
Come finisce il libro di Bob Shaw?
Gli sforzi per controllare la diffusione del vetro lento sono inutili. Il protagonista, saggiamente, proclama che la privacy è finita e che ognuno dovrà abituarsi a vivere in una società in cui ogni azione è sotto gli occhi degli altri. E non è detto che sia peggio di quella in cui viviamo.
L'umanità si abituerà anche a questo. Probabilmente anche noi siamo attesi da altri giorni e dovremo imparare ad avere altri occhi.
E tu, sei pronto?
Eravamo nei mitici anni '60, doveva essere il 1966 o il 1967, ed ero un bimbetto di 9 o 10 anni magrissimo, praticamente scheletrico, studioso, sapiente, bravo a scuola ed amante della lettura, della poesia e della matematica.
Fortunatamente questi difetti non mi toglievano la voglia di giocare e quindi trascorrevo gran parte del mio tempo con una banda di amici, quelli della "centrale", a giocare a calcio, carte, biglie (le chiamavamo "palline"), ai gommini e a molti altri piacevoli passatempi.
In verità i miei compagni di gioco accettavano la mia stranezza senza prestarvi troppa attenzione. D'accordo, un individuo a cui piaceva studiare era abbastanza lontano dai loro canoni, tuttavia me la cavavo benino a carte, non ero poi una frana a pallone e sapevo inventare sempre nuovi giochi.
Spesso trascorrevamo il nostro tempo bighellonando in un'aia, dove ci cimentavamo in interminabili partite a briscola oppure in rumorose tenzoni a biglie, sguazzando nella polvere. Lì abitavano anche Luigi, al piano terra, e Claudio, al piano superiore. Quell'aia era di proprietà del terribile Generoso.
Generoso era l'esatta antitesi del suo nome: uomo massiccio, alto e grosso, aveva pochi o punti capelli in testa ed un enorme faccione rubizzo su cui campeggiava un naso rosso, grosso e camuso, solcato da vene che ne mettevano vieppiù in risalto l'imponenza. Generoso era noto per i suoi scatti d'ira e per essere ricco in danaro e povero in umanità. O almeno noi lo vedevamo così, come un vero e proprio spauracchio.
Capitava infatti, più o meno una volta al mese, che Generoso, per affermare la sua legettima proprietà sull'aia facesse irruzione furibondo e ci cacciasse via urlando frasi in dialetto poco intelliggibili con quel suo vocione grosso e possente. Bastava quindi che qualcuno avvertisse "Arriva Generoso" perchè noi ci dileguassimo in un battibaleno come tanti topolini speventati per fare ritorno dieci minuti dopo, passata la tempesta.
Insomma era una situazione acclarata: Generoso sanciva urlando la propria autorità, noi la riconoscevamo fuggendo e poi tornavamo a giocare tranquilli, sapendo che per un mese il nostro nemico non ci avrebbe più disturbato.
Però, nel mio animo di fanciullo consapevole dei diritti dell'infanzia e desideroso di combattere i soprusi dei malvagi prevaricatori albergava il desiderio romantico di stabilire l'umana giustizia, sfidando il prepotente in nome dei principi del diritto universale sancito dalla legge, dalla costituzione e della società delle nazioni.
Così quel giorno, quando arrivo Generoso, io non fuggii come i sensati amici, ma mi misi in pieni sulla soglia della casa di Luigi, dritto e duro, immobile e fermo sulle gambe come un paladino di Francia. Generoso fece la sua rappresentazione urlando e mulinando le braccia e stava per ritirarsi soddisfatto quando con la coda dell'occhio vide quel fragile bimbetto impettito sulla soglia, fissarlo con aria di sfida.
Mi venne dunque davanti, assai perplesso, e mi gridò: "Va a ca toa" (va a casa tua), pregustando già la fuga del ragazzino spaventato. Io però non mi mossi e con aria saputella, voce tremante ed una terribile erre moscia gli risposi: "No. non me ne vado, io qui sono sulla soglia dela casa del mio amico Luigi che mi ha invitato e lei non ha diritto di mandarmi via."
Ricondo benissimo quel momento, nonostante siano passati quarant'anni.. Generoso impallidì, divenne rosso e quindi viola. Poi si erse ancora di più sulla sua enorme statura e mi puntò contro un dito indice che sembrava una salsiccia, gridando "E te... e te... e te tsen il pu' scem d'tuti". Poi si volse e se ne andò cercando di mantenere la sua dignità scossa.
Gli amici tornarono di lì a pochi minuti pensando di trovare solo i resti dell'amico Renato e si stupirono nel rinvenirmi ancora integro. Forse acquistai dei punti ai loro occhi o forse mi considerarono ancora più strano di quello che credevano. Fattostà che allora mi sentii forte ed orgoglioso, un eroe che aveva sconfitto il malvagio con la forza della ragione del diritto.
Ci arrivai solo molti anni dopo. Ce ne misi del tempo, ma un giorno riuscii finalmente a realizzare che Generoso aveva detto il vero e non aveva sbagliato nel giudicarmi.