Autostrada Civitavecchia-Roma, tre del pomeriggio.
Cerco un'area di parcheggio per fermarmi e impostare il navigatore satellitare che mi guiderà nel traffico capitolino.
La trovo, entro ed accosto nell'angolo col motore acceso, trafficando con i tasti dello strumento.
D'improvviso un'ombra enorme si materializza al mio fianco: è una bisarca, carica di automobili, che si piazza di traverso e mi blocca nell'angolo dell'area di parcheggio.
Nemmeno il tempo di stupirmi che dal camion scende l'autista, alto, grosso e con pochi capelli in testa. Si piazza a gambe larghe dieci metri davanti alla mia auto si cala pantaloni e mutande, afferra a due mani il suo attrezzo e comincia a pisciare in direzione della mia macchina guardandomi fisso negli occhi.
Rimando allibito, immobile, col ditino ancora alzato in direzione del navigatore e lo guardo stupefatto. Io guardo lui stupito, lui guarda me bramoso.
Terminata l'operazione, l'energumeno da un vigorosa scrollata al proprio cetriolo e si avvia nella mia direzione con le braghe ancora in buona parte calate.
L'istinto di sopravvivenza prende il sopravvento. Nessuna via di fuga davanti, chè il passo è bloccato dal camion, ingrano la retromarcia e scopro che tra la coda del camion è il bordo dell'area di parcheggio c'è uno stratto varco: forse ci passo:mi ci infilo velocemente con abile manovra e fuggo, felice per lo scampato pericolo.
Guidando verso Roma rifletto: sno un uomo civile e moderno, rispetto i diritti degli omosessuali, comprendo le loro rivendicazioni, capisco il gay pride. Ma, per favore, che rimanga una scelta e non diventi un obbligo!
Renato